A Bucarest è di nuovo primavera

E’ già metà aprile, 11 mesi a Bucarest, quasi un anno di intrecciarsi di dita tra BiR e Carusel. Riconosco piano piano il paesaggio di quando sono atterrata l’anno scorso, il tepore e le fioriture delicate si fanno spazio tra le affollate strade di Bucarest.

Ripenso all’entusiasmo dei primi giorni che tanto mi aiutò a superare gli ostacoli degli improvvisi cambiamenti; ripenso alle prime persone incontrate, alle prime strette di mano, agli sguardi di curiosità. Ora invece osservo come e quanto si siano trasformate le relazioni con i membri dell’equipe, con i beneficiari e con le altre persone incontrate durante questo cammino.

Ricordo poi i momenti di stanchezza per giornate spesso troppo lunghe e per occhi troppo imploranti e sofferenti, la confusione del non avere mai la sicurezza di imboccare il sentiero migliore ad ogni bivio e, a volte, l’impotenza del non poter tornare indietro di qualche passo.

E così, inghiottita in un vortice di emozioni, sì è sempre fatta strada la volontà di prolungare qui la mia permanenza e continuare a tracciare, talvolta con incertezza e talvolta con disinvoltura, il mio sentierino in questa terra di contraddizioni.

Mi trovo ora a misurare le mie forze, a valutare quanto abbia scoperto e imparato, quanto abbia preso coscienza delle mie possibilità e dei miei limiti. Il tutto prende una forma sempre più definita come la plastilina tra le mani dei bambini del centro di Obor, le forme si modellano, i colori si accostano e si mischiano nel formare qualcosa di bello, soddisfacente, sempre in movimento e ricco di significati.

Da un mese eccomi nella cornice del progetto SVE che , in qualche modo, mi riporta l’entusiasmo e la curiosità dell’inizio di qualcosa di nuovo. Certo, il cammino è sempre lo stesso, ma forse con delle scarpe diverse e una compagna di avventura in più con la quale condividere i pensieri di ogni giornata e lanciarsi con divertimento.

Le attività proseguono e mi sento sempre più inclusa e coinvolta. A Caracuda (centro di riduzione del rischio per tossicodipendenti) trovo la mia dimensione e, con l’arrivo della bella stagione, è bello ritornare a chiacchierare ed ascoltare sistemando le sedie al sole. Al centro comunitario di Obor i bimbi sono sempre più numerosi e ci offrono quotidianamente soddisfazioni e sfide. I più piccoli ci divertono con la loro curiosità e ingenuità, i più grandi sanno sempre come strapparci un sorriso con le loro contraddizioni dovute ad un momento di crescita e cambiamenti improvvisi, alla scoperta di un corpo che si evolve ma che ancora ricerca il divertimento di un bambino.

Quindi si continua, si prosegue in questo percorso con curiosità, un pizzico di ambizione e talvolta con la voglia di fermare alcuni momenti per poterseli gustare di più o per avere l’occasione di comprendere meglio quello che succede.

 

 

Beatrice, volontaria SVE a Bucarest

 

 

E chi l’ha detto che Bucarest è grigia?

E’ già volato un mese dal mio arrivo a Bucarest e queste prime settimane sono state gremite di storie avvincenti e volti nuovi, occhietti ridenti e curiosi, odori inebrianti e pungenti e nuove interessanti prospettive.

Mi trovo qui per fare lo SVE (Servizio Volontario Europeo), un progetto di volontariato internazionale finanziato dalla Commissione Europea all’interno del programma Erasmus+ che unisce varie associazioni operanti sul territorio europeo da legami di amicizia. Nel mio caso le due associazioni in questione sono Bir (Bambini in Romania) e Carusel, rispettivamente sending e hosting organisation. Il legame tra Bir e Carusel è un legame recente ma non per questo fragile. Esso si nutre di una bella energia che nasce da un’affinità di prospettive e getta le fondamenta sul terreno del rispetto effettivo dei diritti umani, con particolare attenzione alle persone che vivono in condizioni di fragilità economica e a rischio di marginalità ed esclusione sociale, in una cornice di trasparenza che contraddistingue l’operato di chi ci lavora all’interno.

Sia a Bir che a Carusel si respira aria di casa perché quando vieni accolto ti senti subito parte di una grande famiglia, unita nel raggiungimento di uno scopo comune.

Carusel è un’organizzazione giovane la cui missione è la creazione di un ambiente sociale attivo e proattivo con particolare riguardo alla promozione dei diritti dell’uomo e del loro effettivo rispetto. Essa opera tra i settori della popolazione maggiormente a rischio, tra i consumatori di alcool e droga, tra coloro che praticano la prostituzione, tra le persone di strada e tra coloro che vivono in situazioni di povertà estrema che rischiano l’esclusione sociale. E fa tutto questo con una grande passione e un’energia inestinguibile, motivata da una grande convinzione per il rispetto dei diritti di ogni essere umano, indipendentemente dallo status sociale e dall’orientamento religioso, politico e sessuale.

In queste prime settimane ho passato gran parte del mio tempo al centro comunitario di Obor, uno spazio destinato prevalentemente ad attività di educazione non formale per bambini di età compresa tra i 5 e i 13 anni che provengono da situazioni di fragilità dovuta alla scarsità di risorse economiche dei genitori e alla debolezza sociale del nucleo familiare e che per questo sono quindi esclusi dai circuiti tradizionali di educazione formale.

In Romania l’abbandono scolastico è un fenomeno tristemente molto diffuso e colpisce soprattutto le comunità di etnia rom rispetto al resto della popolazione. Secondo uno studio condotto dall’UNICEF, in collaborazione con il governo rumeno, le cause principali sono da ricollegare alla povertà e alla limitata istruzione dei genitori. Inoltre, la comunità Rom è particolarmente vulnerabile alla discriminazione e svantaggiata nei numerosi aspetti della vita quotidiana: essa resta ancora vittima di stereotipi difficili da sradicare e di pregiudizi che si riflettono nei comportamenti sociali, nelle rappresentazioni fornite dai media e nelle posizioni assunte da singoli individui o parti politiche e istituzionali. La maggior parte dei Rom vive sotto la soglia di povertà e ha grandi difficoltà, aumentate a dismisura nella fase di transizione socio-economica seguita al crollo dell’URSS, a integrarsi nelle strutture e nel tessuto sociale: il tasso di analfabetismo è ancora molto elevato (anche per lo scarsissimo valore che le famiglie attribuiscono all’educazione e all’istruzione come mezzi di promozione dello sviluppo sociale ed economico della comunità).

Durante questo primo mese di esperienza, questi dati hanno assunto dei volti e sono diventati storie tangibili. I nomi dei bimbi del centro, assieme ai loro sorrisi e ai loro capricci ormai sono parte della mia quotidianità e stanno riempiendo di contenuto la scelta che ho fatto.  Mi piace lavorare con loro perché riescono a travolgermi con la loro inarrestabile energia sgangherata e ogni giorno, chiudendo dietro di me la porta del centro, porto a casa delle piccole soddisfazioni.

La presenza di Carusel nelle vite di queste bimbi è essenziale, non solo per la qualità del tempo e l’attenzione che cerchiamo di offrire a ciascun bambino mediante lo svolgimento di varie attività educative, ma soprattutto perché l’azione mira a realizzare obiettivi di lungo periodo e, a seconda delle peculiarità di ciascun caso, punta al loro inserimento nel sistema di educazione formale e alla loro integrazione nel tessuto sociale. Per realizzare degli obiettivi così importanti, l’azione di Carusel non si estingue nel lavoro che facciamo con i bambini al centro diurno, ma prosegue nelle loro case e all’interno dei loro nuclei familiari, per meglio comprendere i loro problemi e le loro esigenze e per cercare di creare un ambiente favorevole al miglioramento complessivo delle condizioni di vita.

Sono proprio contenta di essere parte di questo bel progetto e di condividere con Carusel dei valori importanti, primo tra tutti, il rispetto per la dignità di ogni essere umano.

Claudia Husdup, volontaria Sve a Bucarest.