Bucarest stail

bucarest stail

 

“Mancano poche ore a natale e non so come sentirmi. E’ la prima volta che passo natale lontano da casa e soprattutto da solo. Ora sono in un pub deserto, e ci credo è natale. La gente è a casa con la famiglia o in giro a cercare gli ultimi regali , o come questo povero cristo che mi ha spillato la solita bionda c’è anche chi lavora nella notte della lunga stella con la coda. Non so cosa pensare perchè non so cosa voglio. Pensavo di sentirmi più solo da quando Elena è partita e un po è così. Non mi sento sprofondare come avrei creduto ma allo stesso tempo so che sto in bilico.”
Leggo dal diario dei miei giorni sabato 24 dicembre 2016 alle ore 17.26. E’ passato ormai un pò di tempo da quella notte, per l’esattezza sei mesi, e ovviamente sono cambiate anche molte cose. Da come si intuisce l’animo non era dei più sereni. Ero avvolto in un mix di solitudine e sconforto. Da un lato mi sentivo in esilio, dall’altro mi sentivo un Traiano. Come Orfeo commettevo l’errore di guardarmi indietro e cercavo di sentire l’acqua senza bagnarmi. Erano mesi duri dettati anche del freddo, a volte -20 gradi, che rispecchiavano l’animo di tutti. Di quei primi mesi di vita a Bucarest ricordo molte corse in metro alla scoperta delle quattro linee della città, pomeriggi persi nelle tre principali strade del centro, la galleria dell’antiquariato, la libreria anticariat, Piata Universitate e i suoi eventi come il mercatino di natale, vin fiert e serate passate all’insegna di film, piumino e ciccolata. Quella notte, “la notte della lunga stella con la coda”, alla fine l’ho trascorsa al adapost de noapte con una manciata di uomini senzatetto che vivono a Bucarest e una parte dello staff di Carusel. Come da programma quella sera tutti i senzatetto si sono fatti prima la doccia e dopo, indossando un bel pigiamo pulito abbiamo mangiato tutti insieme degli ottimi carnati e vari contorni. E’ stata un cena positivamente strana conclusa con l’irrinunciabile cozonac. Dopodichè tutti a ninna. Io sono rimasto sveglio chiaccherando e scherzando con Marian, direttore di Carusel, e Gheorghe, in quella sera responsabile dell’ostello. Marian stanco e provato è andato a dormire relativamente presto mentre noi svegli e annoiati abbiamo iniziato a cucinare le omelette per la colazione. Alle sette erano già tutti svegli e alle otto avevano lasciato tutti il rifugio. La mattina è arrivato anche Mircea, medico di Carusel, che alla chiusura mi ha riportato in macchina a casa. L’ho fatta decisamente breve perchè questo genere di serata è stata la mia routine quotidiana da dicembre a febbraio, senza passarci la notte come ho fatto a natale, dalle sette del pomeriggio fino alle 23. Gli scherzi di domnul Nastase, gli aiuti e le prime parole in romeno spiccicate con domul Culita, il telefono di domnul Tudor, i brutti venti minuti che passavi se ti capitava domnisoara Lemaie.
Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati, a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato
                                                 “Fabrizio De Andrè”
Ogni pomeriggio quando arrivavi la sosta a Piata Amzei per una merdenea cu branza e ogni sera alla chiusura le corse che neanche Bolt per prendere l’ultima metro. L’ostello Umbrella per tre mesi è stata la mia casa e il quartiere di Piata Romana la mia culla. Ogni tanto ci torno all’ostello per salutare i miei amici Paul e Gheorghe e lo ammiro completamente diverso da quando era spoglio con solo montagne di asciugamani, ciabatte, pigiami e scatole di bagno schiuma. Ogni tanto incontro per strada gli uomini che per tre mesi hanno dormito lì. Loro mi salutato e timidamente mi chiedono un sigaretta “Domul Flavio ce faceti?”. Se Obor mi ha mostrato come si vive qui Piata Romana me lo ha insegnato.
Ajung intr un final in centru la Piata Romana unde doua zeci da grafari nu pierd timpu da pomana
    “Macanache”
Il primo marzo in Romania è il Martisor, la festa della primavera. La storia vuole che il sole un giorno sotto le sembianze di una ragazza scese sulla terra ma venne rapito da una bestia. Venne l’oscurità ma un giovane ragazzo sfidò la bestia e liberò il sole. Il sole tornò a splendere portando la luce in tutto il mondo ma il ragazzo rimase gravemente ferito e morì. Dal suo sangue nacque un bucaneve simbolo di questa festa insieme ai colori bianco, il fiore, e il rosso, il sangue del ragazzo. A marzo ancora non faceva caldo. I cumoli di neve si stavano sciogliendo e le strade iniziavano a liberarsi e colorarsi ma comunque la neve per terra continuava ad esserci giusto per far capire la temperatura. Nonostante ciò il tempo e l’atmosfera cambiavano iniziando a risucchiarci. In questi ultimi mesi la gioiosa Parigi mi ha masticato e inghiottito. Il parco Cismigiu. La chiesa Stravopoleos giusto per metterti una chiesa ortodossa in versione islamica in mezzo a quello che potrebbe essere un quartiere centrale di Parigi. Il parlamento gigantescamente gigante che si affaccia già da Piata Unirii grazie a Bulevard Unirii con una veduta che ricorda la stessa di via della Conciliazione a Roma. Ovviamente non con lo stesso risultato. La metro di Piata Romana senza le banchine, per aspettare hai più o meno mezzo metro di spazio dal muro ai binari. Non c’è scritto “non superare la linea gialla”. Il Dana, un locale non proprio riconosciuto infatti è semplicemente una porta grigia all’entrata di un bloc. Se non lo sai penseresti sia solo uno scantinato. Non ha un nome ma porta il nome della sua proprietaria, prima rapper romena. Birra economica, ambiente dannatamente bohemien romeno e il poter fumare dentro. Quando di fuori è talmente bianco da non vedere le macchine parcheggiate è decisamente un vantaggio fumare dentro al caldo. E poi Calea Victorei. Se sei in centro non puoi non passarci. Il palazzo reale, l’ateneo neoclassico, e la patata gigante trafitta dall’obelisco del popolo. Ma soprattutto tutti i caffè, alberghi e teatri ancora intatti di inizio novecento con quel loro stile fiero e tradizionale ma sempre con una glassata francese. Prima erano di più ma un terremoto nel ’40 e poi la guerra se li sono portati via favorendo la creazione di quel sottile secondo orizzonte grigio di bloc che sovrasta la città.
Nu poți să vii în Bucureşti şi să nu faci câţiva paşi pe Calea Victoriei. La fel cum nu poți spune că ai fost la Paris , dacă n-ai mirosit niţel aerul de pe Champs Elysées; la New York, dacă n-ai traversat măcar Fifth Avenue; la Moscova, dacă nu te-ai preumblat pe Arbatskaia.. Calea Victoriei e un fapt unic de personalitate urbană subînţeleasă..
                         “Tudor Octavian”
Sulle mani mi scivolano via Blaga, Caragiale, Vlaicu, Grigorescu, Enescu e Iorga. Ormai hanno lo stesso peso degli euro. Per me 10 lei sono 10 euro, realisticamente valgono 2,10 euro. Sui muri dominati da Erps e Oner ,ma ora affiancati da qualche parte anche da Whet, ci sono i maialini di Aeul e i funghi viola. Si legge il mai banale “basarabia e romania” ma anche “priveste cer”. In metro la scritta migliore “nu te mai preocupa totul va fi bine”. I cavi intorcigliati agli incroci e i fili degli autobus che sovrastano la città. Le Ursus di plastica sui muretti e la nuova Timisoreana nepafiltrata nei fusti dei pub. I mega Image attaccati , le moltitudini di banche e i chioschi ovunque. Calea Mosilor e Lipscani. Le cene alla Mahala e le serate in giro tra Club A , Macaz e il Dana fino alle cinque del mattino per aspettare l’apertura della metro. Bulevard Dacia e il cartier Primaveri. Le ragazze stereotipicamente bellissime. Labbra carnose e sguardo penetrante ma mai lasciare una porta o una finestra dentro casa aperta, è vorba de curenta. L’ospitalità è un marchio di fabbrica, rifiutare qualcosa potrebbe essere paragonato ad un omicidio. Gli eventi ad Izvor e le feste a casa di Stephen.Macanache e Mircea Eliada. Il manele e la tecno. Cioran, Hagi e Vlad Tepes. I pomeriggi buttati in pigrizia a Herestrau. Lo Jeger. Tutto quello che ti serve, o meglio che vuoi, a portata di 10 metri. Il frigo vuoto ma la pancia piena.
Asta este bucarest asta este stilu
                                                           “Macanache”
La lupa con Romolo e Remo al centro della città vecchia non è un caso. Qua Roma non se la sono scordata. Al suono del mio luogo di provenienza lo sguardo è sempre giudicatore e diffidente, “felicior Augusto, melior Traian”. Il comportamento dopo varia dai casi. C’è chi c’è stato solo poche ore e ne è rimasto innamorato. Chi invece non ti nasconde tutto il suo odio a volte anche solo per contorte vicissitudini familiari che legano qualche romano. Una volta ho sentito di una zia lasciata all’altrare da un figlio della lupa. Da quel momento Roma caput! La migliore però era legata a rivendicazioni storiche: “Voi romani siete arrivati fino a qui per conquistarci e insegnarci ma dopo ci avete lasciati soli come un’isola in un mare slavo”. C’è anche una bruttissima statua di Traiano e diversi capitelli sparsi qua e la, ma quale analogia migliore con la città eterna degli automobilisti inferociti e metro sempre affollata.
E’ una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene.
                                                                                                                       “La Dolce Vita”
Tra poco meno di un mese tornerò in patria e non posso negare che alcune cose mi mancheranno. Mi mancherà ovviamente questa città che mi ha accolto amorevolmente e le sue stradine labirintiche che ora conosco alla perfezione. Mi mancherà parcul Circului, il mio parco. Avere un parco sotto casa non ti da lo stesso effetto e sentimento di quando si va al parco. I teli da mettere per terra, qualche birra e un pallone. Quel senso di ingiustificabile spensieratezza. Quando hai un parco sotto casa ci vai in pigiama solo per fumarti una sigaretta. E’ più come avere un giardino personale. Un cortile privato dove trovare una panchina libera la domenica alle quattro del pomeriggio è un miracolo. Mi mancherà la placinta cu branza da Simit’s prima di prendere la metro a Stefan cel mare. Mi mancherà dire “Buna ce faci?” o “Asa si asa”. Mi mancherà la Piata Obor. Un bazar enorme dove puoi trovare tutto tra cibo e adattatori delle prese. Un mix affascinante di colori e sapori con un retrogusto arabeggiante. La Terasa Obor, i suoi mici e la skol. Mi mancherà il centro di Obor dove ho passato la maggior parte delle mie giornate. Dalle 10 alle 16 tra strilli, pianti, giochi e sorrisi. Nonstante momenti difficili e snervanti mi mancheranno Roberta, Tita, Gogu, Rita, China, Nicu, Nicoleta, Mari, Ana, Daniel, Maria, Alberto, Vincenzo, Roberto, Alex e Armis. Alberto e il suo kendama, Rita e i “nu!nu!nu!”, Tita e le parole in italiano, Nicoleta e le sue interminabili domande degne da interrogatorio F.B.I.. China e Nicu che mi insegnano la mappa dei tram.Se hai un dubbio su come arrivare da qualche parte chiedi a loro, funzionano meglio di Google maps. Quando sono arrivato non sapevo come dirgli una parola, mentre ora parliamo di qualsiasi cosa. Sono cresciuto con loro, imparando insieme a cavarcela in questa città e spero di averli aiutati almeno un-quarto di quanto loro abbiano fatto con me.
Sono i ROM non autorizzati non stanno dentro ai campi lag, stanno in mezzo ai prati sotto le stelle, stanno intorno al fuoco, non hanno paura del vuoto nè del terremoto.
                    “Assalti Frontali”
Mi mancherà questa casa, la nostra casa. Con la sua porta rotta e la presa che ogni tanto fa rumori inquietanti. Ha ospitato una moltitudine di persone, chi per una sola notte, chi per un paio di giorni, gli amici di sempre e gli amici recenti. In particolare quando c’è stata Jane e quando c’è stata Ana. I quadri , i disegni e le scritte sui cartelloni. L’unica regola della casa “non si fuma in bagno” che mi ha fatto cambiare una delle mie ferme abitudini mattutine. Il balcone che dal settimo piano vanta un meravigliorso panorama sul parco e sulla città. In primo piano il parco con il circo e la Euro tower. Dopo si intravede lo Sheraton di Piata Romana, l’ ING bank di Piata Victorei e gli uffici di Floreasca. Ogni giorno da questo terrazzo ammiro il tramonto. Che ci sia pioggia, neve o sole lo vedrai sempre colorato di quel suo viola acceso e con qualche nuvola a coprirlo qua e la per renderlo più mistico. Non puoi non avere un animo nostalgico e romantico se ogni giorno ammiri questo tramonto. Questa casa ha assorbito tutti i nostri amori, delusioni, speranze, illusioni e dolori. E’ una fortezza del ghiaccio che dovrò lasciare. Mi mancherà la mia coinquilina Elena. Insieme a me tutto il tempo, la compagna ideale di viaggio. Il più delle volte come una madre ma semplicemente la migliore delle amiche. Il nostro modo di storpiare i verbi romeni e parlare un romano-romeno. Esempi “plimbamo-mancamo-plecamo” o anche “daje drum”. Le spese interminabili al Kaufland, gli autostop, i film, le serie, i discorsi, la musica, i libri. Il caffè pronto ogni mattina e le lavatrici fatte. Mamma se sono rimasto in vita lo devi anche a lei. Ascoltando le storie delle altre convivenze ho capito che sarei stato il coinquilino di merda per tutti. Ma per Elena no, o almeno spero che non sia cosi. Spero di aver contribuito anch’io nella sopravvivenza di questi mesi come sento che lei ha fatto per me. Leggo dal diario dei quei giorni sabato 12 novembre 2016 alle ore 03.18:

“Sono quattro giorni che viviamo insieme e ancora credo di non averla inquadrata bene. Penso solo sia una ragazza per bene ma dietro, come tutti, avrà il suo lato oscuro. Chissà cosa penserà o meglio farà quando scoprirà il mio”.
Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole
                                                                                                         “Fabrizio De Andrè”
In questi mesi ho imparato e fatto molte cose che non avrei mai creduto di saper fare,solo perchè non ci avevo mai provato, come per esempio gli origami e la giocoleria. Ho incontrato e discusso con personalità stravaganti di differenti nazioni. Ho sentito le favole di infanzia incontaminata a Madeira, le storie da caserma a Tibilisi, i racconti di terrore dal Kurdistan e i retroscena sulla grande mela. E anche le realtà italiane differenti dalla mia , da Matera a Valbrembo. Ho visto spettacoli naturali come il Danubio e il Mar Nero, e vissuto eventi mondani. Casa è lontana ma non si sente. Nonostante i km di distanza non ho rinunciato al fantacalcio e generalmente alla giornata delle partite. Nel secolo del calcio il mio Re ha abdicato proprio quando per la prima volta sono lontano da casa, ma con le lacrime ero li, ad allagare l’Olimpico.
Vado sinnò se fa troppo tardi. C’avete fame. E’ ora de cena. Io starei qua fino.. altri 25 anni.                                                                                                                                                                    “Francesco Totti”
Avrei voluto scrivere di più riguardo questa città e quello che ho fatto. Purtroppo una cosa anche se ti interessa quando la rimandi non la farai mai. Voler andare a correre e non farlo mai pur avendo un parco sotto casa. Riprendere in mano una chitarra che ti guarda dall’angolo e per ultimo scrivere questo post. Il procastiinare è l’inevitabile nulla. Bucarest non è solo questo e il centro di Obor non può essere raccontato in un paragrafo. Tutte le cose che ho tralasciato o che mi verranno in mente solo dopo aver schiacciato un tasto. Vorrei andare avanti fino ad annoiarvi ma ora è già tardi e mi aspettano gli altri per una birra a Cismigiu.
ALA MACANACHE A LA BUCAREST STAIL
Mersi Serena
Mersi Valentina
Mersi Elena

Fotografie non scattate

Raccolgo qui, alcuni componimenti, che non sono poesie. Non so nemmeno io cosa siano. Sono riflessioni, incontri, immagini di questi mesi di evs.

Canzoni modificate
Ti mordeva le labbra
E io di rabbia morivo già

E brindo a chi è come me
Al bar della scabbia
E più bevo più sete me viè
Nel bar della scabbia o della rabbia

Io lo so che non sono sola anche quando sono sola
Perché c’ho gli acari che mi abitano

 

A Tita
Ci siamo scelte al primo sguardo
E io mi sono ritrovata nei tuoi occhi grandi
Fossette sulle guancie,
occhi ridenti,
trecce nere di capelli che non riesci a tenere a freno.
Mi tieni per mano,
mi riempi di baci
canti con me il Catacalicamello veloce, alto, snello
i Tiromancino – aiaiai come sempre sei bellissima –
e la nostra banda suona il rock, bambina.
Mi fai iniziare la giornata con un fiore
E anche i capricci diventano un momento nostro,
per saltare per strada hip hop hip hop
ci alterniamo incuranti degli sguardi dei passanti frettolosi.
Calze violette, sandali sporchi, ai miei lividi d’amore
mi hai mostrato le tue ferite di guerra.
Ti tuffi nella vitalità come ti sei tuffata nel fango, quel giorno
di vacanza, sulle rive di un fiume sporco
E poco importa se poi ti fai male, se ti entra una marea di sabbia
in un occhio, che poi sarò io a curare.
Rimani così, rimani ridente.

 

Lezioni di ciclo
First lesson
Di solito mi dicevi schiava,
mentre ti vedevo nuda, entrare nella doccia.
Ho sopportato i tuoi pianti e le tue risate isteriche,
poi una sera, chiuse in una stanza segreta dell’adapost,
ti sei fatta seria e sei stata in silenzio.
I tuoi occhi enormi marroni si aspettavano la verità da me
e io tenevo un assorbente in mano.
Miss limone ti ho spiegato il ciclo mestruale
e ti ho chiesto se avevi le mutande
tutto il resto che mi hai combinato lo dimenticherò.
Second lesson
Ti chiediamo se hai già avuto il ciclo e tu ci chiedi cosa abbiamo fatto nel week end.
Concentri tutte le tue energie in questo tentativo di fuga.
Gli occhiali ti si appannano, tremi un poco.
La nonna ti ha detto che non è bene parlare di queste cose.
Menti, ti agiti, ascolti parole strane, arrossisci e non vedi l’ora che la tortura finisca.
Per poi non parlare dell’igiene personale.
Ripensando alle tue parole, alle tue risposte, mi prende la tristezza,
l’impotenza, la sensazione che questa lezione servirà a poco.

Sprechi
I pennarelli che mostro a fine giornata, lasciati senza tappo
L’acqua che scorre a vuoto nella doccia, prima che diventi calda
Chiamare l’ascensore quando hai delle gambe
E allora poi è inutile lamentarsi di essere fuori forma
Il bianco delle uova, discriminato dalle ricette
I libri comprati e non letti
Venire a Bucarest per andare a mangiare nelle catene d’immondizia
I pensieri non espressi per paura
Il cibo buttato per strada
I disegni non colorati
Gli abbracci non dati
Il tempo perso da due ragazzine dietro ai filtri fotografici
e a dei pollicioni che non valgono niente
La frutta del mercato buttata a fine giornata
La tv che qualcuno lascia accesa in una nottata insonne
I viaggi non fatti.

Presa di coscienza
Ci eravamo promessi di non calpestarci i cuori,
ma una canzone di Bersani, non è bastata come testimone.
L’hai fatto con tutti e due i piedi, con quegli scarponi da montagna
Con cui eravamo soliti viaggiare.

Riprendere fiducia
Occhi d’oliva,
occhi luminosi
occhi di meraviglia
che hanno il colore di tutti i posti in cui sei stato.
Viaggiatore, sognatore, giocoliere
credi in un mondo diverso
e ti impegni ogni giorno per realizzarlo
Mantieni fede alla parola data
anche se costa fatica.
Dici di avere un animo di bambino,
danzi sempre, le sbronze sono momento di allegria
e non per dimenticare
Ti metti in ascolto dell’altro,
cerchi di tirarne fuori il meglio
Mi hai insegnato che a qualsiasi età si può imparare
Mi hai ridato fiducia nel genere umano.
Torna a viaggiare e abbi cura di te, amico.

Dipendenze
Con l’estate siete usciti fuori,
nelle strade, nelle metro, tra Universitate e Romana,
fuori dai kebab, alle fermate dei tram, sotto i portici
con i vostri sacchetti di colla tra la mano e la bocca.
Eppure un sabato sera in metro,
vedendo uno di voi, barcollare tra i vagoni
non ho potuto fare a meno di pensare
che quella dimenticanza che rincorrete
È la stessa che ha volte ho cercato anche io e
che certe persone che ho incontrato
rincorrono quotidianamente in una bottiglia di alcool.

gara de nord

 

Elena (volontaria sve a Bucarest)