Novella di un’avventura

 

Se marzo è pazzerello, un po’ lo è stato. Successe che dopo tre giorni di mid term, il giovedì mi ritrovai sul treno di ritorno per Bucarest con il mio fedele amico Stefano, che così, quasi per sbaglio mi lanciò la sua proposta: partire per Sofia il giorno dopo. Mi voltai e alla vista del mio coinquilino in atteggiamenti amorosi, accettai, forse più per evitare di essere il terzo incomodo in una luna di  miele che per convinzione. Per quanto viaggiare sia una delle necessità fisiche del mio corpo, non avevamo nessun programma, nessun dettaglio. Tornai a casa in una corsa contro il tempo taccagno delle stazioni, feci giusto il cambio delle mutande nella valigia e raccattai quattro bani per poi di nuovo mettermi in cammino. Ovviamente persi l’ultimo treno in offerta e mi lanciai in auto con bla bla car. Mi addormentai come un bambino. Come direbbe mia madre, mi dormiva il cuore. La prima fermata era Craiova. Mi dovettero svegliare quasi a scossoni e già ero finita sotto la casetta dei miei amici craioviti. Ad attendermi un boccale di birra, un piatto di tortellini (uno dei quali finì come al solito sulla mia scarpa sinistra che porta le tracce di ogni pietanza gustata a Craiova), sorrisi, abbracci e volti amici.

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La mattina seguente eravamo già in ritardo. Improvvisammo una spesa per la sopravvivenza durante il viaggio, dei cartelloni con le nostre mete e io e l’autentica Federica, un rustico beauty case – basti sapere che il porta saponette era un rotolo di carta igienica terminato – da condividere. Il nostro kit comprendeva anche una pallina rimbalzante con cui giocare durante le attese. Zaino in spalla, l’allegra brigata era composta da me, Federica, Stefano, Davide, Isabella e last but not least Gio, unico georgiano, sopravvissuto a un intero viaggio con soli italiani. Essendo in sei ci dividemmo in coppie, ciascuna delle quali doveva comprendere una ragazza – sempre valido motivo per far fermare camionisti esausti – e un ragazzo, teorico aiuto in caso di malintenzionati. Ci incamminammo per sentieri sabbiosi di Craiova, inseguiti dai bimbi rom del quartiere a cui cedemmo una tavoletta di cioccolata. Eppure il karma sembrava già pronto a restituire. Subito trovammo un’auto che ci caricò in quattro: io, Ste, Isa e Davide. Ma il primo colpo di scena stava per arrivare. Alla guida un uomo sudato e grassoccio, che davvero non se la poteva permettere una maglietta rosa. Ci chiede se abbiamo la patente e anche se pure io ce l’ho sembra fidarsi più di Davide. Il guidatore scende e lascia il posto al nostro perplesso timoniere, mentre l’uomo candidamente ammette che la patente gli era stata ritirata. Con un po’ di tensione nelle spalle Davide ci conduce per vie sabbiose e sconosciute, mentre noi chiacchieriamo in rumeno – o almeno ci proviamo – con il signore che ci aveva raccolto. Dallo sportello anteriore dell’auto compaiono mazzi di banconote sospetti e a un certo punto fa il suo trionfale ingresso, stretta dalla mano grassoccia dell’uomo una mazza. Ci eravamo forse resi complici di un rapinatore? Avrebbe derubato anche noi, poveri volontari alla deriva? Dove ci portava quella deviazione che stavamo imboccando? Momento di suspense – ooooooooh -.

 

Il conducente senza patente era in realtà il possessore di una serie di Exchange, o almeno così ci disse, e lo stavamo esattamente accompagnando a uno di questi piccoli posticini, dove si effettuano gli scambi di moneta. Come Paperon de paperoni scende dall’auto elargendo banconote a chi bazzica lì attorno. Risale in auto, ma, questa volta, vuole guidare e a una velocità folle ci porta diretti alla dogana che separa la Romania dalla Bulgaria, non senza aver insistito più e più volte per offrirci una ciorba in un posto vicino. Ma i nostri viaggiatori non hanno tempo per riempirsi le panze; ancora molti kilometri devono macinare prima di arrivare a destinazione.

 

Alla dogana ci aspettava, con un sorriso dorato, un venditore abusivo di profumi taroccati con la sua bicicletta. Viene dal Marocco, ma parla anche italiano e rumeno; ride alla mia ingenua domanda “Ma che lavoro fai?”. Fatto sta che ci prende  a cuore e, forse, se potesse, trasformerebbe la sua bicicletta in un minivan, come la zucca di Cenerentola si trasformò in carrozza; in realtà si mette a bussare a tutti i veicoli chiedendo un passaggio per noi. Il nostro fato turchino non è così magico e dopo un molestissimo set fotografico con lui, decidiamo di abbandonarlo e proseguire con le nostre sole forze. La maggior parte dei tir in transito provengono dalla Turchia e la comunicazione non è sempre facile, ma io e Ste riusciamo a impietosire un simpatico duo di anziani turchi, alla guida di un tir verde. Il patto però è chiaro: per meritarci il loro passaggio dovevamo essere in grado di superare la dogana da soli. Libertà nell’attraversare a piedi, con il solo zaino in spalla (di che altro si ha bisogno?) confini immaginari. La seconda prova da superare era di pazienza. Infatti, una volta incontrati i camionisti ormai già in terra bulgara, questi necessitavano di una pausa, che nessuno sapeva quanto sarebbe durata. Al ciglio dell’autostrada, tra non simpatici lezzi, aspettammo. Cani randagi si aggiravano attorno a noi. Uno dei vecchini turchi ci sorrideva, sdentato. Si legge il giornale, si mangia qualcosa, si tolgono le scarpe, si tenta una conversazione e intanto aspettiamo senza capire bene quando avremmo ripreso il viaggio. La nostra pazienza viene però ricompensata e superiamo la prova. La nostra vittoria si festeggia con della fanta – bevuta tutti dallo stesso bicchiere – e dei dolci tipici turchi. Finalmente possiamo ripartire tra strade tortuose, circondate da alberi intricati. Alle gallerie se c’è la polizia mi devo abbassare. Facciamo una sosta e il simpatico vecchino ci tiene ad accompagnarmi in bagno e ad offrirci il caffè. I due anziani scoprono in questo frangente la meravigliosa invenzione del tabacco. Si riempiono le cartine fino a farle straripare e poi ci guardano innocenti aspettando che qualcuno gliele rolli. Forse per effetto del tabacco, i due si lasciano andare a commenti e sghignazzate sulle signorine che già popolano la strada…non hanno le mutande; gli faccio notare che non ne hanno bisogno. Fatto sta che al tramonto arriviamo a una quindicina di kilometri da Sofia e qui dobbiamo salutare i nostri simpatici traghettatori e questa volta sono solo io a pagare pegno, con una pacca sul mio posteriore. Tenendoci per mano, attraversiamo incuranti (in realtà ce la stiamo facendo nelle mutande) l’autostrada perché siamo arrivati dal lato sbagliato. Ci incamminiamo, le auto ci sfiorano, i capelli ci si rizzano, finché una signora bulgara, super truccata, che non spiccica una parola di inglese, ci raccoglie e ci porta fino alla prima stazione metro di Sofia.

 

Ancora non ci crediamo, siamo arrivati a destinazione. La fortuna mi fa trovare nel portafoglio 10 lev bulgari. Ci possiamo permettere un megadolcione da condividere e due biglietti della metro. Finalmente siamo arrivati per davvero. A colpirmi sono i colori, il bianco luminoso degli edifici, il rosa e l’azzurro del cielo, i colori sgargianti dei giovani che passeggiano. E poi il profumo e l’aria della primavera. Mi sembra di passeggiare in una città di mare. E, per caso, mentre passeggio, incontro gli altri quattro viaggiatori. L’allegra combriccola si ricompone. Stanchi, ma felici, ci concediamo una birra per le strade di Sofia e tutto questo basta. Ancora non sappiamo bene dove dormiremo, ma non importa. Abbiamo il contatto di un ragazzo messicano che lavora in un ostello e che i miei amici craoviti, avevano ospitato tramite couchsurfing. Irving ci accoglie nell’ostello come amici di vecchia data, si beve, si gioca a carte e poi ci accompagna – moderno Virgilio – tra i locali di Sofia. Finiamo nel paese dei balocchi. Sulle pareti del club le immagini dei miei idoli musicali di quand’ero una liceale. I bulgari danzano come dei matti, le camicie spariscono dai corpi, arrivo al bancone e c’è sempre un cocktail già pronto per me, che ancora non mi sono lavata e non sono certo bella e mi porto addosso un viaggio lungo un giorno. Tutta la stanchezza del viaggio sparisce e c’è posto solo per la leggerezza, la felicità, la follia. WP_20170325_16_59_28_Pro

 

Il giorno seguente – sabato – passeggiamo per una città che ci sembra già nostra, riposiamo in un parco cullati dalle note di un gruppo di strada. Sdraiati sull’erba, il clima è perfetto, c’è la musica e posso parlare e ascoltare liberamente, in quella curiosità verso l’altro, priva di limiti. Dopo uno spritz, seguiamo una bellissima e ricciola guida bulgara attraverso le strade di Sofia. Il cielo è di nuovo rosa e la ragazza che ci mostra le meraviglie della città è animata dalla passione per quello che fa.

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Ancora una notte ci aspetta e questa volta siamo catapultati in un concerto di una rock band bulgara che non ha nulla da invidiare ai più noti blink 182 o ai sum 41. Il pogo è d’obbligo. Vorrei sapere le parole delle canzoni per mettermi a cantare a squarciagola in bulgaro. Alla fine rimaniamo in pista a dimenarci solo io e i riccioli di Davide.

 

La domenica è già tempo di riprendere il cammino. A fatica raccogliamo le nostre umili cose e ci congediamo da un posto che rimarrà nei nostri memoriali. Salutiamo i nostri nuovi amici, compreso un gatto coccoloso e ci infiliamo in un bus che vuole ad ogni costo mostrarci tutta la periferia di Sofia. Iniziamo l’hitchhiking che è molto tardi, ma il segreto dei viaggiatori è mantenere sempre la speranza alta e crederci comunque. Vediamo un’auto grigia avvicinarsi ai nostri amici Federica e Gio ed io dico subito “Ora raccoglie anche noi, guarda, guarda”. E va proprio così. Io, fede, Gio e Davide abbiamo la fortuna di viaggiare tutti assieme al superpilota Martin. I kilometri scorrono via velocissimi, musica tamarra, insulti del nostro pilota di formula 1 a gogo. E al tempo stesso ci accompagna attraverso strade tortuose della sua infanzia, in mezzo ai boschi, in un paesaggio quasi incontaminato, incorniciato da montagne rosse. Mi sembra di sognare. Sono stanca e tra le mie palpebre che stanno per crollare s’incastrano le immagini di quelle montagne rocciose, col colore della lava. IMG-20170327-WA0010

 

Il nostro amico tamarro, dal cuore tenero ci accompagna fino a 7 kilometri dalla dogana. Un vento freddo colpisce i nostri volti. Di nuovo mangiamo un pasto frugale sul ciglio della strada. E di nuovo riprendiamo il cammino, perché i nostri piedi sono la nostra potenza. Arrivati a poca distanza dalla dogana un cartello che proibisce l’autostop, accompagnato da una telecamera sotto un ponte, ci intimorisce. Che fare? Come potevamo superare quel ponte senza un amaro Montenegro come conclusione? Fu così che ci venne l’illuminazione di bussare a tutti i camion in coda per chiedere di portarci solo oltre il ponte e fu così che automaticamente a me veniva da cantare “Under the bridge”.

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Oltrepassato il fatidico ponte, avevamo ancora solo le nostre gambe a sostenerci. Attraversammo di nuovo la dogana a piedi con da dichiarare solo il nostro corpo. La polizia di frontiera ci guardava sorridendo. Un cartone della pizza trovato a terra divenne il nostro cartello su cui scrivere Craiova con un rossetto. Scendeva la sera. Federica e Gio trovarono un’auto che li portò diretti fino a casa. Io e Davide restammo alla dogana, mentre Stefano e Isa erano dispersi. Restava solo il cielo che dall’azzurro passava al blu, le nostre storie, il freddo che si faceva pungente ed io che cantavo “E non avrò paura, padrona mia è la luna ed altro io non ho”. Un uomo della polizia di frontiera ci avvisò che era meglio spostarci alla vicina stazione di servizio. Un’auto per le emergenze con le luci accese ci accompagnò fino al benzinaio e tornò poi indietro per donarci un giubbotto catarifrangente. Io avevo sempre più freddo e mi stavo trasformando sempre più nell’omino Michelin. A tutti i tir, a tutte le auto che si fermavano chiedevamo se andassero per caso a Craiova, ma nessuno dava risposta affermativa. Giovani incuriositi e dispiaciuti per non poterci aiutare si fermarono a chiederci che cosa ci facessimo lì. Ci mancavano solo poco più di 90 kilometri per raggiungere casa, ma sembrava impossibile. Poco dopo le 22, ci arrendemmo ad incamminarci verso una vicina pensione. Il sonno dei giusti venne interrotto solo nel cuore della notte da qualcuno che era riuscito a farsi una sbronza in mezzo al nulla. La mattina seguente niente più vento, sole e un caffè e quattro chiacchiere offerte dalla proprietaria della pensione, che era stata in Italia. Non abbiamo il tempo di esporre il nostro cartello, che subito un’auto si ferma. Alla guida un poliziotto in borghese, che ha perso qualche dita. Anche qui la musica tamarra non manca, accompagnata da discussioni sulla politica rumena, Ceausescu e l’amore (non chiedetemi quale sia il legame) e sfogliatine al formaggio per rifocillare i viaggiatori. In pochissimo tempo siamo a casa, arrivati secondi in questa puntata di Pechino express, mentre di Ste e Isa ancora non si hanno notizie.

 

 

 

“C’è una spezia peperita

 

Che dà sapore alle cose della vita

 

C’è una spezia peperina

 

Che strizza gli occhi alle ragazze della Cina

 

C’è una stoffa trasparente

 

Che porterà un bel po’ di figli all’occidente

 

C’è una musica nel mare

 

Che ci spinge tutti quanti a navigare.” 

 

 

 

                                                                                Elena (sve a Bucarest)