Bambini in Romania, terremoti di vita.

 

Bambini in Romania, bambini che si infilano negli gli interstizi più stretti dell’anima e non ti lasciano più. Bambini che spuntano come folletti tra i miei pensieri mentre corro di qua e di là, dietro alle mie faccende, nel congegno esterno della vita. Bambini che mi fanno voglia di salire di corsa le scale dei palazzi più alti di Milano e gridare a squarciagola per arrivare nei cortili dove ora stanno scorrazzando con i loro giocattoli fantasiosi, nel tram che hanno rumorosamente preso per arrivare chissà dove e combinare chissà quale pasticcio, sotto al gazebo verde di Costanza per ritrovare la ciabattina (papuc) rosa che Evelina è solita smarrire, e vederla saltare briosa, ancor più su. Bambini che mi fanno tornare a Bucarest per risentire il ciglio delle scale di legno impolverate che scendevo di corsa per buttarmi tra le strade brulicanti di gente accaldata, e prendere ancora una volta il trolley-bus 66 per arrivare a Obor. Chiudo gli occhi e cammino verso il centro diurno. Sento l’odore seducente dei covrigi all’angolo e vedo con chiarezza i pistilli e le foglie a cuore, dipinte di un verde fresco, che ondeggiando al vento tra i rami del tiglio di fronte alla porta bianca del centro. Sento la vivacità delle manine senza orologio che bussano alla porta d’ingresso. Vedo nasini schiacciati contro il vetro e un paio di occhietti neri vispi, incastonati tra una frangia lunga lunga, che sbirciano tra le tapparelle e mi catturano all’istante. Mi riempio dei loro abbracci stritolanti, mi scaldo con i loro sorrisi sgangherati. Vedo le loro manine di Nicolas frugare nella scatola dei pennarelli, vedo Roberta mangiare la colla e Tita che con un magico fiiiuuu vuol far volare lontano il suo aeroplanino, ma poi se lo ritrova proprio sotto il naso; vedo Ana nella sua tutina fucsia, tutta concentrata a ritagliare la sagoma della sua mano e, accanto a lei, vedo Adi che mi sorride e colora un prestampato. Sento il lamentio furbetto di Rita, a cui non basta mai una sola bustina di zucchero nel tè caldo. Sento che mi manca prenderla in giro quando fa i capricci, e scorgerla mentre inclina la testa a destra, cambiando espressione in un baleno. Vedo arrivare Alexia, con la sua tipica postura a pancia in fuori, avvolta nella sua pelliccietta, tutta fiera e sento il gusto inconfondibile della sua risata colorata. Assieme a lei c’è Roberto, suo fratello, con i suoi capelli lisci e neri che avvolgono una testolina vivace e curiosa. Li vedo in mezzo allo stanzone, tutti assieme, mentre affondano impazientemente le mani nel sacchetto pieno di terriccio, e vedo i residui di terra infilarsi sotto le loro unghiette in un battibaleno. Li ricordo mentre si occupano diligenti dell’annaffiatura delle piantine, e vedo crescere il prezzemolo di Gentiana che ormai è partita per la Francia, ma è presente più che mai. Serbo vivido il ricordo del giorno più colorato di sempre, il giorno in cui abbiamo deciso di mettere da parte i pennelli e usare naso, mento e gomiti per dipingere le emozioni. Mi manca trovare i rimasugli di tempera sui vestiti e nei posti più improbabili, ma rammento i colori tra i capelli di Nicu, Flori e China, quel giorno in cui ci siamo messi a costruire la casetta di cartone gialla con le imposte rosse, la casetta che è poi diventata il rifugio segreto dei più piccoli. Peccato solo sia crollata dopo qualche settimana dall’inaugurazione. Sorrido mentre penso al periodo in cui Nicu e Flori, animati da un’insolita passione per le sopracciglia, non esitavano mai a porre domande bizzarre alle altre volontarie che passavano a trovarci al centro. Sfoglio le tante istantanee dei miei sei mesi a Bucarest e scorgo ancora Nicu e Flori al grande mercato di Obor, il mercato più grande di Bucarest. Li osservo camminare in mezzo alla folla e sento chiaramente il nostro pallone da basket rimbalzare tra le signore intente a selezionare con cura gli ortaggi da portare in tavola. Poi vedo Nicu, né grande né piccolo, sorridere imbarazzato di fronte alla bancarella delle mille apprensioni di sua mamma. Poco più in là intravedo il ragazzo greco e i misteri intrufolati tra le sue mille spezie. Flori, ormai più grande che piccola, adorava curiosare nella vita sentimentale di tutti e non esitava ad esortare Gentiana (che secondo i suoi canoni era già vecchia perché ormai all’alba dei trent’anni) a metter su famiglia con il misterioso ragazzo delle spezie. A Flori piacevano molto i jeans strappati e le magliette luccicanti e mangiava anche gli spinaci. Nicu, invece, quando arrivava al centro all’ora di pranzo, chiedeva subito le pagnotte cosparse di semi di papavero, quelle più rare. Sento, come se fossi ancora lì, la conviviale allegria strampalata dei pranzi al centro, dove grandi e piccoli stavano tutti seduti su piccoli sgabelli blu e dove Gogu chiedeva sempre la pasta dolce al latte per dessert, il suo dolce preferito che non arrivava mai. L’allegra convivialità che poi la sera si trasferiva attorno al tavolino quadrato, su al quarto piano di Tudor Arghezi, un tavolino che racchiude storie e risate in ogni sua fibra. Storie mie e storie di Bea, mia fedele compagna di SVE, coinquilina (nonché abile cuoca di pollo al curry e mozzarella in carrozza), amica. Storie che generano terremoti di emozioni quando, ormai a un mese dalla fine del nostro percorso da volontarie SVE, ci ritroviamo a perderci in un abbraccio e a capire che il ricordo dal sapore agrodolce di questi sei mesi assieme vivrà sempre forte e pimpante.

Grazie Bir, grazie Carusel, grazie Bea.

 

Claudia, volontaria SVE a Bucarest.

Undici mesi sono passati ed è tempo di andare….

valcea

Le sensazioni di questi ultimi giorni sono state molteplici, un momento ti senti malinconica e l’altro felice perchè in fondo senti che il tuo percorso qui si è ormai concluso.Valigie pronte e posizionate sull’uscio della porta perchè domani mattina la sveglia sarà all’alba con direzione Bucarest. Salirò su quel bus che undici mesi fa mi ha condotto in questa piccola cittadina dal nome un po’ strano “Ramnincu Valcea” che nonostante gli alti e bassi è stata casa. Cosa lascio qui a Valcea? beh sicuramente una parte dei miei effetti personali che non sono riuscita a riporre nel mio valigione perchè in un anno se ne accumula di roba e direi anche tanta. Ma quello che lascio con estrema difficoltà sono i dieci copii de la Copacelu con i quali ho condiviso momenti estremamente importanti. I loro sorrisi senza dentini, i loro nasini sempre colanti e quei pupici pe nas che sino alla fine non sono mancati. Questa è stata la mia Valcea. Una Valcea fatta di neve, pioggia e cieli grigi ma che molto spesso hanno lasciato spazio ad ampi raggi di sole. Undici mesi sono passati e raccogliere in questo piccolo post tutte le sensazioni e le avventure vissute è quasi impossibile. Quale immagine mi porto da copacelu? beh sicuramente quella di uno dei bimbi che sulla sua bici mi dice: “beh visto che vai via non ti do un solo bacino ma ben due” e lì credo di aver capito che  era arrivato il momento di porre la parola fine a questa avventura. Ritorno in Italia con nuove consapevolezze e con la voglia di pensare che qualsiasi parte d’Europa può diventare casa. Ma adesso è arrivato il momento di lasciare la panchina sotto casa, la macchinetta del caffè tanto adorata, il market di fiducia e la vicina di casa pronta a scambiare sempre due chiacchiere con te. Solitamente riesco con estrema facilità ad esternare quelle che sono le sensazioni avvertire ma questa volta forse ho bisogno di riavvolgere il nastro dell’esperienze vissute in maniera silenziosa. Buon cammino a chi in futuro incrocerà gli sguardi di ogni copii de la copacelu.