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Ciao a tutti!

Lo scorso finesettimana siamo stati a Milano per il week-end di formazione di BiR con altri 130 volontari, la maggior parte dei quali partirà quest’estate per campi estivi di 10 giorni/2 settimane in Romania o Repubblica di Moldova. Abbiamo visto tanti bei sorrisi, parlato, giocato, abbracciato, rappato, fotografato, cantato, bansato.

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Manca poco alla fine delle scuole e quindi anche delle nostre “normali” attività all’asilo, alla scuola primaria, alle case del sorriso, agli appartamenti sociali ed in biblioteca: quest’estate anche noi ci uniremo ai volontari BiR, prendendo parte a due campi a testa.

Ormai mancano solo tre mesi alla fine della nostra esperienza e vogliamo dare uno sguardo ai mesi passati pubblicando delle riflessioni che abbiamo scritto qualche mese fa per il Bilancio Sociale di quest’anno di Bambini in Romania, che uscirà a breve. Eccole qui:

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Sono Alice, ho 22 anni e questo è il terzo anno che vivo all’estero. E’ il primo però che passo tutto all’insegna del volontariato. Mi sono avvicinata per la prima volta al volontariato internazionale nell’estate del mio primo anno di università. Volevo esplorare un nuovo angolo di mondo e non farlo nel solito modo. Così mi sono ritrovata in Albania. Imperterrita ci sono tornata, per poi andare in Kenya, in Moldova ed infine qui: Râmnicu Vâlcea, Romania.

La decisione di partire è arrivata un po’ all’improvviso. A un passo dalla laurea in psicologia, mi sono accorta che avevo bisogno di muovermi di nuovo, e forse le mie brevi esperienze di volontariato mi avevano lasciato più di quanto mi rendessi conto.

Poco dopo, arrivo a Vâlcea, una cittadina nel Sud della Romania che non saprei neanche come descrivere. A prima vista non c’è granchè, ma col passare del tempo ti rendi conto che tra i palazzoni grigi ci sono anche gli incontri, le chiacchiere con i vicini, gli autisti e i passanti, il vociare del mercato, i calesse per le strade al limitare della città, le donne con le gonnone e il fazzoletto in testa, le ragazzine scosciate con zero gradi, gli orticelli urbani curati con amore, i bambini che si rincorrono tra i bloc.

Per noi però Vâlcea è anche e soprattutto le Case del Sorriso, l’allegria dei bambini quando ti corrono incontro al tuo arrivo, il rapporto con le educatrici, fatto di qualche incomprensione e di qualche risata esasperata nei momenti di delirio più totale, l’atteggiamento sostenuto dei ragazzini più grandi, minato da un improvviso abbraccio e da domande curiose, le infinite ore di programmazione mandate all’aria in un secondo dall’ennesimo imprevisto, i capricci disperati dei bambini e i pupici (bacetti) dati col naso smoccolante. E’ stata la frustrazione di capire solo una parola qua e là e dei goffi tentativi di comunicazione iniziale, ma è diventata anche la soddisfazione del sentirsi dire :“Davvero sei qui solo da ottobre? Sai bene il romeno!”.

Finora, il momento più bello della mia esperienza si ripete ogni giorno che sento di aver connesso davvero con i bambini, che mi rendo conto di quanto sia io che loro ci siamo divertiti ed abbiamo apprezzato il tempo trascorso insieme. È quando i bambini tornano indietro di corsa per darti un abbraccio alla fine dell’attività o senti i più grandicelli discutere intenti e fieri di quello che avete fatto insieme.

Soprattutto all’inizio, però, non sono mancati neanche i momenti di frustrazione, vuoi per le difficoltà di comunicazione e la mancanza di una via definita da seguire. Porta a qualcosa il mio tempo trascorso qui? Ha senso che io mi faccia in quattro quando certi giorni tutto sembra azzerarsi e tornare un caos? Mi sto impegnando nella direzione corretta? Inoltre, per una come me, Vâlcea, come forse qualsiasi altro posto, può diventare improvvisamente troppo stretta. Allora non rimane che alzare un po’ lo sguardo nel resto della Romania, variegata e tutta da esplorare, ma dopo qualche giorno, quando ci rimetti piede, ti rendi conto che Vâlcea ormai è diventata anche casa. E nel sorriso che senti allargarsi sul tuo volto e vedi su quello dei bambini potrebbe esserci la risposta ai tuoi dubbi.


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30/06/2014 ore 16:54, in quell’istante cominciava il mio SVE e ancora non lo sapevo.

Mi chiamo Angela ho 29 anni e fare domanda per questo progetto credo sia stata una delle migliori decisioni che potessi prendere nella mia vita!

Era un po’ che cercavo di partire per un anno di volontariato, avevo la necessità di continuare quello che avevo cominciato a fare avvicinandomi alla clownterapia: tornare a casa più pieni a volte più vuoti, ma alla fine continuare a vedere, nonostante tutto, il bicchiere mezzo pieno!

Ho conosciuto BiR così per caso e dopo aver letto il progetto ho subito pensato: “E’ lui!”

Quindi eccomi qui in Romania, un posto che più passano i giorni e più somiglia a casa mia e non solo perché ormai tornare a Vâlcea dopo un viaggio significa casa, camminare per strada e sentirsi salutare, ricambiare il saluto di un autista che passa e strombazza perché ti ha riconosciuta, riconoscere una signora alla fermata dell’autobus dalla cerniera sulla gonna ricucita mille e mille volte, avere la sensazione che la gente non stia parlando romeno ma italiano; ma anche perché Vâlcea alcuni giorni mi pare davvero Puglia. Il modo di fare della gente, il chicchiericcio sempre a volumi notevoli, le signore con il fazzoletto in testa sporche di terra, la gente che in primavera spianta, sterra, pota e poi il romeno che dopo 5 mesi ancora non smette di sorprendermi, modi di dire e parole quasi uguali al mio dialetto che ogni volta mi lasciano sempre molto divertita!

Dalle mie parole sembrerebbe tutto cosi bello e semplice, all’inizio però non e’ stato proprio così.

Arrivare qui ed essere  bonariamente assaltati da una valanga di bambini in cerca anche di un solo abbraccio, destreggiarsi in tutti i modi possibili e immaginabili per cercare di tenere su non una conversazione, ma una semplice frase, capire determinati meccanismi, le differenze di pensiero, di lavoro, di vita, trovare un qualsiasi modo per entrare in contatto con i bambini, coordinarsi con il resto dell’equipe, coordinarci tra noi, insomma trovare la giusta frequenza in questa nuova realtà, ci ha dato il suo bel da fare!

Ci sono stati giorni in cui tornavo a casa e mi sentivo realmente inutile, impotente, con la reale sensazione di non essere riuscita a concludere nulla, poi però  riflettendoci su mi rendevo conto che il pensiero di lasciar tutto non mi sfiorava minimamente e che quindi, forse, qualcosa c’era, semplicemente non era stata una buona giornata.

Altri giorni in cui, invece, la felicità  tocca le stelle; sentire dai miei compagni di viaggio che durante il pranzo i bambini mettevano in pratica alcune delle cose imparate durante le mie attività, mi rende non solo soddisfatta ma mi fa capire che lentamente qualcosa si sta creando, sta cambiando ed é proprio con questo spirito che cercherò di proseguire in questi mesi, la salita forse é   finita, ma la discesa va presa ugualmente “încet încet” (lentamente) e con un grande sorrisone sulle labbra, anche quando ti pare di vedere tutto nero o tutto bianco, sotto sotto il grigio c’è  e prima o poi verrà fuori!


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Sono Giordano un ragazzo di 24 anni che ha sempre avuto il pallino per la recitazione, tanto da trascurare gli studi.

Due anni fa la carriera d’attore ha cominciato a parermi sterile e attorcigliata su sè stessa, avevo bisogno di occasioni per aprirmi ed essere d’aiuto agli altri ed in questo momento di sconforto un amico mi consigliò di provare a partire con BiR, associazione di cui non sapevo niente e di cui continuai a non capire molto fino all’arrivo in Romania. Il consiglio si rivelò giusto: vidi una piccola parte di quello che era la vita in un istituto, un’istituzione di cui non credevo possibile l’esistenza nel 2000, in Europa, e che non saprei descrivere a parole; ma vidi anche quello che erano in grado di donare i bimbi e i ragazzi cresciuti lì dopo aver ricevuto quel poco di amore e di attenzioni che si potevano dare in un intervento di due settimane

Dopo queste esperienza il mio percorso di attore mi risultò ancora più futile e chiuso, avevo bisogno di occasioni per crescere come persona e per dare una mano dove mi era possibile; l’opportunità migliore per partire sembrava essere un progetto sve e quando sentii che BiR ne voleva iniziare uno, beh, provai a ripartire con loro.

E ora sono qui! In Romania da sei mesi! In una città di cui non sapevo neanche pronunciare il nome! Adesso va molto meglio con la lingua anzi, ci sono quei momenti magici dove passo a parlare dall’italiano al romeno senza nemmeno accorgermene e in cui afferro conversazioni tra la gente del luogo senza neanche rendermene conto. A confronto quando sono arrivato tutto era una sfida: dal capire cosa stavi comprando al supermercato al prendere l’autobus giusto per la tua meta. Ma decisamente più duro è stato trovare una propria dimensione lavorativa; quando siamo arrivati eravamo visti dalla maggior parte dei lavoratori IPI come esperti in ogni campo dell’educazione dell’infanzia di cui, però, non si sapeva l’obiettivo dentro ai progetti e problema non da meno l’obiettivo non era chiaro nemmeno a noi. Coi mesi abbiamo potuto scoprire diverse realtà dove poter intervenire, abbiamo potuto capire grossomodo di cosa avevano bisogno e ancora più importante cosa potevamo offrire noi. Alcune sono state accantonate, altre ci hanno preso in una maniera che non pensavamo e altre ancora continuano a spuntare di tanto in tanto chiedendoci di collaborare. Non che ora sia tutto rose e fiori, eh? A volte torno a casa sfiancato chiedendomi cosa stia sbagliando nell’approccio con quel bambino o quel gruppo particolare, se il mio comportamento con qualcuno non stia risultando dannoso piuttosto che d’aiuto e non c’è giorno in cui non mi chieda se possa migliorare quello che faccio e in che modo.  Ma è una gioia vedere questi bambini e ragazzi felici di stare con te e prendere le attività che gli proponi facendole proprie, è ancor più una gioia vederli collaborare spontaneamente, vedere quel soggetto in particolare che credevi non ti ascoltasse fare un gesto di dolcezza inaspettato o chiedere di rifare quel gioco che nemmeno tu ti ricordavi. Ancora più bello è quando li vedi autonomi, bisognosi solo di una spinta, di una piccola direzione o un incoraggiamento che gli puoi dare. Perchè un traguardo sarebbe questo, fargli capire che da soli ce la possono fare, che sono fortissimi, più di me, che devono stare in compagnia solo perchè è bello avere qualcuno con cui condividere i momenti, belli o brutti che siano e perchè darsi una mano è piacevole e rende la vita migliore a tutti. Sì, sarebbe un gran traguardo, purtroppo per ora mi tocca continuare a lavorare, accidenti.

Alla prossima!

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Che combiniamo a Ocnele Mari

Nonostante la nostra pigrizia ad aggiornare il blog, le attività proseguono. Oggi vi raccontiamo cosa stiamo combinando in questi mesi alla scuola di Ocnele Mari:

Si comincia ogni settimana il martedì con il laboratorio teatro quando due gruppi di bambini di diverse età si incontrano con noi volontari per esplorare le loro capacità espressive. Durante il laboratorio per mezzo di esercizi mascherati da giochi si scoprono le possibilità del proprio corpo, della propria voce, dei propri movimenti, e naturalmente si costruiscono piccole scene recitate. Teatru1Ma non si tratta certo di un corso per diventare attori: oltre a comprendere meglio le proprie capacità espressive attraverso le improvvisazioni teatrali i bambini devono provare a mettersi d’accordo, a dare il proprio tempo a ognuno e ad ascoltarsi, cosa che risulta tra le più difficili. Il vero grosso problema all’inizio è stato “smollarsi” e far viaggiare la fantasia, sentirsi liberi di esplorare idee che non si possono esprimere in classe a casa, ma piano piano, con grossi incoraggiamenti da parte nostra, la valvola dell’immaginazione ha cominciato ad aprirsi. Anch’io sono migliorato rispetto alle prime lezioni e se prima ero più bacchettone sulla mia idea di un laboratorio di teatro, nei mesi ho imparato cosa si aspettavano loro da quest’ora e come rendere più divertenti e a portata le attività che propongo, quindi a fine anno credo che sarò io a dire grazie a loro.IMG_20150506_170710 Ogni mercoledì, terminate le lezioni, un grande gruppo di “piccoli” (dai 6 ai 9 anni) ed un piccolo gruppo di “grandi” (dai 9 agli 11) salgono fino all’ultimo piano della scuola nel salone delle festività per l’attività “In toata lumea” (in tutto il mondo). Lì, facciamo diverse attività con il filo conduttore dell’interculturalità e della diversità. Pur utilizzando livelli di contenuto e tecniche diverse tra i due gruppi, principalmente i bambini esplorano i vari argomenti attraverso gioco, musica, video, disegno, storie e scenette. Dall’espressione di sè e dei propri interessi alla cooperazione con gli altri, dagli stereotipi di genere alla disabilità, dalla loro percezione della Romania alla scoperta di altri contesti, dall’esplorazione delle apparenze a quella dei meccanismi di esclusione e di inclusione, i temi toccati finora sono stati molti, ma sempre in modo giocoso e non frontale. Per i bambini, quell’ora insieme credo che debba essere sì un momento per imparare qualcosa di nuovo, ma soprattutto per giocare insieme, produrre qualcosa, esprimersi ed essere ascoltati. Anche per me però è un momento per mettermi alla prova, pensare a piccoli passi, riadattarmi di continuo e soprattutto conoscere di volta in volta sempre di più questo gruppetto di bambine e bambini, ognuno con la propria passione e il proprio stile. Il giovedì, invece, le attività proposte riguardano la Lingua dei segni. Come per il mercoledì si alternano due gruppi: prima i piu piccoli e poi i piu grandi. L’intento di questi incontri è passare ai bambini la consapevolezza che la disabilità e’ da intendere come una capacità differente, nel caso della sordita una modalità differente di comunicazione e non una discapacità. Attraverso la proiezione di filmati come “Circul fluturilor” (Il circo della farfalla) o spot pubblicitari che trattano l’argomento sordita’ e disabilita, si ‘prova ad intavolare discussioni con i bambini su come la pensano a riguardo e come la lingua dei segni possa avere una sua utilità. Ulteriori attività utilizzate sono: canzoni e racconti in Romeno, imparate in lingua dei segni; giochi sull’uso del segno-nome (si tratta di un segno che sostituisce il proprio nome, in base ad una caratteristica fisica una passione, che nel mondo sordo va a sostituire il nome segnato lettera per lettera per questioni di rapidità nella comunicazione); giochi sulle espressioni facciali e conseguente discussione sulla comunicazione non verbale che sempre va a completare se non arricchire quella verbale; giochi sulla coordinazione occhio-mano. La cosa piu sorprendente durante le attivita e’ come i bambini giungano quasi a conclusioni “adulte” su una tematica come quella della disabilita’, riportino esempi e facciano domande perche incuriositi. Per non parlare di quanto siano bravi con i segni e di come ricordino per filo e per segno quello che vedono.

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